Chiesa di Santa Maria delle Grazie: tra romanico e rinascimentale, la memoria dei De Capua

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Immersa nell’antico borgo di Riccia, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie – detta anche del Beato Stefano – si impone con la sua architettura solenne e la stratificazione di memorie sacre, artistiche e nobiliari che attraversano i secoli. Il sito su cui sorge è tra i più antichi del Molise: già nel IV secolo vi era presente un edificio sacro, successivamente trasformato nel rifugio del beato eremita Stefano Corumano, la cui tomba fu accolta nella cripta della chiesa superiore dedicata a San Giovanni Battista. Quest’ultima, costruita tra l’XI e il XII secolo, presentava evidenti tratti romanici, ancora oggi rintracciabili nei reperti dell’area. Nel XIV secolo il luogo divenne la cappella gentilizia dei De Capua, signori di Riccia, che vi stabilirono la propria memoria funeraria. Fu però nel 1500 che Bartolomeo III de Capua, Conte di Altavilla e Viceré di Capitanata e della Contea di Molise, decise di trasformare radicalmente l’edificio, affidandone il progetto – secondo alcune fonti – a celebri architetti come Giovanni Donadio detto “il Mormando” o Francesco di Giorgio Martini. Bartolomeo ne modificò la struttura interna, ampliando la navata, arricchendo le pareti con affreschi, costruendo la sacrestia e la nuova facciata, e cambiandone l’intitolazione in Santa Maria delle Grazie.

La facciata, in elegante pietra da taglio, è scandita da due paraste doriche e dominata da un timpano classico in cui spicca lo stemma congiunto di Bartolomeo e della consorte Aurelia Orsini, oltre a una iscrizione celebrativa in latino che ne attesta l’intervento di rinnovamento. L’austerità dell’esterno è interrotta soltanto da un oculo centrale e da un’edicola votiva che sovrasta il portale, con la scritta: In te, Domina, spes mea.

All’interno la chiesa è a navata unica, suddivisa in due sezioni quadrangolari da un grande arco a tutto sesto. Nella prima parte si trovano due altari laterali, dedicati a San Francesco e San Domenico, un’acquasantiera scolpita a forma di conchiglia incassata nel muro, e l’ingresso alla sagrestia. La seconda parte, più bassa e raccolta, custodisce il magnifico altare maggiore e sei sepolcri: cinque laterali e uno centrale. I laterali accolgono le spoglie degli antenati di Bartolomeo – Luigi II, Andrea, Luigi III, Francesco e la regina Costanza di Chiaromonte – mentre quello centrale è riservato a Bartolomeo stesso, la cui figura domina l’intera storia dell’edificio. La volta a crociera con costoloni e i capitelli cubici delle colonne suggeriscono la sovrapposizione di più epoche architettoniche, con una perfetta armonia tra romanico e rinascimento.Questa chiesa non è solo un luogo di culto, ma una narrazione in pietra dell’identità di Riccia e del potere dei suoi antichi signori. Oggi, nella sua atmosfera raccolta e solenne, resta una delle testimonianze più alte dell’arte sacra e della memoria nobiliare del Molise.

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