C’è un angolo del Molise dove la roccia diventa rosso fuoco e la natura si mostra in tutta la sua potenza selvaggia. È la Forra di Peschio Rosso, un’impressionante parete calcarea che svetta tra le gole del torrente Rava, nel territorio di Monteroduni. Non è una meta per tutti: ci arrivi solo se lo desideri davvero. Ma se ci arrivi, difficilmente te la dimentichi.
Il nome “Peschio Rosso” deriva dalla limonite, un minerale di ferro che colora le rocce di sfumature calde e drammatiche. Qui il paesaggio sembra uscito da un sogno primordiale: pareti a picco alte trecento metri, salti vertiginosi e una gola che il tempo ha scolpito con la forza dell’acqua. Il torrente Rava — l’antica “Saba”, un tempo confine tra le diocesi di Isernia e Alife — scorre impetuoso tra le rocce, creando cascate e mulinelli che si perdono nel verde fitto e nel silenzio.
Puoi raggiungere il Peschio Rosso da Monteroduni, lungo la suggestiva Strada della Femmina Morta o via della Principessa. Quest’ultima regala anche una chicca storica: un elegante ponticello in pietra, ricostruito nel 1911 su resti che si dice risalgano all’epoca romana. E se ti chiedi quanto sia alta l’ultima cascata del Rava, sappi che un tempo per misurarla usarono… le “lignole”, corde contadine. Servirono ben sette di queste antiche unità per calcolarne la vertiginosa altezza.
Oggi il Peschio Rosso è ancora un luogo incontaminato, quasi fuori dal tempo. È una meta perfetta per escursionisti esperti, appassionati di canyoning o per chi semplicemente ama luoghi remoti e maestosi. Ma è anche, e forse soprattutto, un simbolo di quel Molise che non ti aspetti: selvaggio, autentico, emozionante.
Perdersi nei suoi sentieri è un modo per ritrovare il contatto con la natura, quella vera. Quella che non ha bisogno di effetti speciali, perché li è già di suo.